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Tutti il giorno le notizie per Pistoia e la Valdinievole
“Negli ultimi giorni -dichiara Tridente- abbiamo assistito ad un vero e proprio valzer di dichiarazioni sul futuro del Liceo Lorenzini; ci pare un modo per non affrontare il vero tema fondamentale che rimane uno: il Lorenzini ha bisogno o no di una sede unica, moderna e funzionale? oppure deve continuare ad operare in immobili storici e vincolati?”
Tridente sostiene che da mesi il suo partito ha una posizione chiara: "Si deve realizzare una scuola nuova, e se non la si fa subito, sostiene sempre Tridente, tra qualche tempo saremo di nuovo in emergenza”.
L’emergenza, d'altronde, consentitemi, mancava. E così il PD chiarisce che serve solo individuare un area a Pescia per costruire un nuovo istituto senza perdere tempo in soluzioni temporanee. Tridente continua poi accusando l'amministrazione pesciatina di aver sempre prediletto la “cementificazione residenziale” che ha definito superflua, rispetto invece, continua Tridente “ad una seria programmazione edilizia che riguarda l’individuazione di aree dove poter far sorgere nuovi istituti scolastici e non solo”. Tra l’altro il segretario del PD incalza rimarcando che il comune di Pescia avrebbe dovuto individuare un’area da segnalare alla provincia che con l’occasione del PNRR avrebbe pensato poi ad edificare la nuova scuola. Insomma il PD chiude dicendo che l’attuale amministrazione comunale avrebbe dovuto prevedere nel piano operativo d’edificare il liceo provinciale Lorenzini.
Non so se quanto richiede il PD sarebbe stato possibile. Non ci risulta infatti che ci sia una domanda specifica della provincia al comune, visto che l’ente di Piazza San Leone, dove ha sede il governo della provincia, risulta tutt’oggi responsabile del Lorenzini che appunto per definizione è "scuola provinciale". Forse solo per galateo, ma non credo solo per quello, sarebbe stata la provincia a dover chiedere al comune lo spazio per edificare una nuova scuola!?
A.V.
Si susseguono i lavori pubblici a Pieve a Nievole. Dopo l’intervento nell’area i dell’acquedotto in via Monsummanese-via Francesca Nord e le opere collegate, da lunedì 10 ottobre iniziano i lavori di sistemazione del manto stradale in via del Melo nord.
Si tratta della ripavimentazione delle zone più danneggiate, per un totale di circa 690 mq, nel tratto che va dal sottopasso autostradale fino all’incrocio con via Gramsci, mediante risanamento e l’asfaltatura classica in strato in conglomerato bituminoso.
I lavori, affidati all’impresa Vescovi Renzo SpA, hanno un costo complessivo di 25.000 Euro finanziati mediante contributo ministeriale. Il traffico sarà gestito mediante senso unico alternato con semaforo.
“Grande lavoro per l’assessore Parrillo e per l’ufficio tecnico per coordinare e realizzare questi interventi, che si sovrappongono, ma che sono importanti per la nostra cittadina- dice il sindaco di Pieve a Nievole Gilda Diolaiuti-. Anche il rifacimento di via del Melo, per quanto riguarda il manto stradale, è un’opera strettamente necessaria e che noi realizziamo consapevoli della sua importanza. Non possiamo certo dire che a Pieve a Nievole non si interviene”.
Come detto sono infatti in corso i lavori di rifacimento dell’acquedotto in via Monsummanese – Via Francesca Nord nei comuni di Pieve a Nievole e Monsummano. Su richiesta del sindaco stesso i lavori , a parte quelli di sondaggio, avranno inizio dopo la conclusione dell’intervento per la realizzazione della rotonda al Tiro a volo, previsto per queste ore. Tutto questo poi si interseca con la chiusura del vialone del Melani, necessaria per permettere l’asfaltatura della rotatoria stessa. Una situazione complicata che l’amministrazione comunale ha gestito con grande attenzione per limitare al massimo i disagi per i cittadini e per la circolazione della zona.
Redazione
A conclusione dell’intervento di recupero e ristrutturazione, il Centro di Salute Mentale (CSM), è stato collocato nel Villino Sassi. Tale ubicazione riporta il primo riferimento per i cittadini con disagio psichico nell'area del "Ceppo". Nella nuova struttura sono stati realizzati moderni e ampi spazi necessari alle varie professionalità afferenti al CSM: medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, educatori.
Il Centro di Salute Mentale è diretto dal dottor Riccardo Dalle Luche, Direttore della unità funzionale complessa Salute Mentale Adulti di Pistoia, con il coordinamento infermieristico del dottor Andrea Sementilli.
All’inaugurazione partecipano, tra gli altri:
Giuseppe Cardamone, Direttore Area Salute Mentale Adulti; Marco Armellini, Direttore Dipartimento Salute Mentale; Daniele Mannelli, Direttore della SDS di Pistoia; Silvia Mantero, Coordinatore Sanitario SDS Pistoia; Monica Chiti, Direttore SOS Pistoia Ospedale San Jacopo; Paolo Cellini, Direttore SOC Pistoia; Paolo Zoppi, Direttore del Dipartimento Infermieristico Ostetrico; Lucilla Di Renzo, Direttore del Presidio Ospedaliero San Jacopo Pistoia e della rete ospedaliera AUSL Toscana centro; Ermes Tesi, Direttore Area Tecnica Pistoia. Sono state invitati i Sindaci del territorio le autorità istituzionali locali e le Associazioni.
L’Inaugurazione avviene in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale.
Redazione
Nel 2021 il contributo delle fonti rinnovabili al sistema elettrico italiano è cresciuto solamente dell’1,58% (115,7 TWh) rispetto al 2020. Le ragioni di un tale immobilismo sono da ricondurre principalmente ad iter burocratici obsoleti e farraginosi: più del 70% dei nuovi progetti eolici e fotovoltaici è ancora in corso di autorizzazione, quando al contrario dal 2018 ad oggi si è registrato un aumento delle richieste da parte degli imprenditori pari al 297%. E non perchè gli imprenditori italiani preferiscano investire all’estero: è la burocrazia il vero ostacolo alla realizzazione di questi progetti.
A parlare il Deputato di Fratelli d’Italia Riccardo Zucconi.
Basti pensare che in Italia, in un momento decisivo per l’espansione degli impianti rinnovabili, ci sono oltre 500 i progetti (due terzi dei quali è costituita da impianti per la produzione di fotovoltaico) bloccati da iter burocratici di varia natura, che nella maggior parte dei casi è ancora nelle fasi preliminari o che aspettano la cosiddetta VIA - valutazione di impatto ambientale – per non parlare poi delle situazioni nelle quali è richiesto il nulla osta delle Sovrintendenze, che come noto hanno tempi biblici.
Per entrare nel dettaglio – prosegue Zucconi - chiediamoci quanto dura, a livello nazionale, l'iter autorizzativo per gli impianti di produzione da fonti rinnovabili, incluso l'allacciamento alla rete elettrica: secondo uno studio di Confindustria mediamente più di 6 anni. Se si pensa poi che, una volta ottenuta l’autorizzazione, per realizzare un impianto occorrono ancora circa due anni, ci si rende conto quanto il rischio di trovarsi davanti a una tecnologia appena installata, ma già obsoleta, sia concreto, soprattutto considerando la velocità con cui avanza questo settore.
Ho letto proprio in questi giorni che ci sono 12 impianti fotovoltaici installati da mesi sui tetti dei supermercati nelle province di Livorno, Grosseto e Massa Carrara, per una potenza complessiva di 1.580 Kw , ma che non possono funzionare perché non vengono allacciati alla rete elettrica. A Castiglion della Pescaia (Grosseto) il caso più clamoroso: una pratica è stata avviata il 12 novembre 2011 e quella con l'Agenzia delle Dogane, che deve rilasciare la licenza di esercizio, è partita il 5 aprile 2022. Da allora - e sono passati quasi sei mesi - l'impianto aspetta l'allaccio: ritardi inaccettabili, tanto più in un momento di emergenza come questo.
E pensare che tra l’altro l’ Italia è circondata da 7.456 chilometri di coste, 155.000 chilometri quadrati di acque marittime e 350.000 chilometri quadrati di acque. Un patrimonio non solo naturalistico, ma anche economico, con enormi potenzialità per lo sviluppo della blue e della green economy.
Insomma - conclude il Deputato - inutile parlare di rinnovabili quando poi burocrazia e autorizzazioni varie bloccano tutto: dobbiamo intervenire quanto prima se vogliamo per lo meno stare al passo degli altri paesi e sfruttare al meglio le nostre innumerevoli risorse naturali.
Redazione
Il sondaggio che il Gruppo Italiano Centri Diurni Alzheimer, ha condotto in Toscana e nel Paese ha evidenziato i datti che la pandemia ha fatto sulle strutture per la demenza e sui pazienti in generale, comprese le loro famiglie. Ma mostra anche che, bene o male, anzi più male che bene, i Centri Diurni resistono. La batosta dei rincari equivale però a una lettera di licenziamento generale. O interviene il governo o sono guai seri. Il futuro disgraziato previsto mesi fa è infatti arrivato al galoppo sotto forma di penuria di prodotti energetici e di rincari astronomici, che si aggiungono ai problemi della pandemia. Ovvio che con le bollette alle stelle ogni previsione salta, e che senza il soccorso pubblico anche chi gestisce i servizi per la demenza dovrà rifare molti calcoli al risparmio. Con il rischio concreto di chiudere in compagnia delle aziende fornitrici, buona parte delle quali sono già con l’acqua alla gola. In sintesi, è questa la tragedia epocale che la relazione del geriatra Enrico Mossello presenterà al dibattito del 12° congresso nazionale sui Centri Diurni Alzheimer, in questo fine settimana al Teatro Verdi di Montecatini Terme. Non si scherza. In gioco c’è la sopravvivenza delle strutture, sia dei Centri Diurni che delle Residenze assistite.
Confcooperative Federsolidarietà e Confcooperative Sanità, due delle 19 associazioni nazionali dei gestori dei servizi di assistenza sociosanitaria, hanno già firmato un appello in cui chiedono a Roma sostegno concreto e immediato. Con il rincaro dell’energia prevedono perdite da 10 a 20 euro al giorno per ogni posto letto. Per garantire i servizi adegueranno perciò le rette, aumenti che, senza il sostegno delle Regioni, graveranno inevitabilmente sulle famiglie.
Cose analoghe ribollono anche nella pentola dei Centri Diurni Alzheimer. Il professor Mossello ha coordinato il sondaggio realizzato con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, e ora avverte che la nuova emergenza mette a rischio la ripresa dei servizi. Dice: “Per gli operatori, i malati e le loro famiglie era già un percorso a ostacoli. Ma a questo punto la situazione è diventata disperata. Molte strutture saranno presto chiamate a scegliere tra spengere luce e riscaldamento o aumentare le rette. E poiché le famiglie devono già pagare gli aumenti delle utenze casalinghe e il caro vita, i malati rischiano di restare a spasso”.
Nel 2020 la quasi totalità dei Centri Diurni toscani e d’Italia aveva sospeso l’attività con penose conseguenze sui malati rimasti chiusi in casa insieme alla famiglia. La maggioranza dei Centri aveva cercato di metterci una pezza attraverso forme diverse di assistenza, videochiamate e interventi a domicilio. Ma un anno dopo, almeno trenta su cento erano ancora chiuse, mentre le altre avevano sì ripreso l’attività, però con meno ospiti e per meno giorni.
Ad oggi, i Centri chiusi sono circa il dieci per cento, parecchi altri operano a regime ridotto e in vaste aree del paese il servizio manca del tutto da sempre. Non solo non si va avanti. Si sta tornando indietro. Mossello non le manda a dire: “Senza un maggior contributo dal governo e dagli enti locali, si rischia di lasciare di nuovo a casa i malati, mettendo in crisi le famiglie e la stessa sopravvivenza dei Centri Diurni. O c’è una pronta risposta pubblica, o la crisi energetica darà il colpo di grazia a queste strutture che, con fatica, cercano di riprendersi dalla pandemia”.
Redazione
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