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«Né completamente lucchese, né totalmente fiorentina, a metà, terra di mezzo». Così il professor Paolo Vitali, direttore della biblioteca Capitolare di Pescia definisce Pescia e la Valdinievole, crocevia di culture, scambi e “spedali” ovvero ricoveri dove trovano ospitalità i forestieri. Ma pur sempre una valle stretta tra due grandi realtà, quella fiorentina e quella lucchese, da cui probabilmente è stata schiacciata? Forse “schiacciata” appare un'esagerazione, ma il prof. Vitali non ha dubbi nell'affermare che «nessuno si è mai preso cura di noi e per questo siamo rimasti nella sostanza figli di nessuno». Proprio in virtù delle vicende storiche che l'hanno attraversata, forgiandone il carattere, ancora oggi l'identità di Pescia risulta: “ibrida”. Anche la sua notorietà, fuori dai naturali confini è offerta dal burattino più famoso al mondo, Pinocchio. Lo ha ribadito, anche il vescovo, monsignor Roberto Filippini che aprendo le celebrazioni per il 500esimo anniversario della fondazione della diocesi, lo scorso 15 aprile, ha raccontato un episodio che lo ha visto protagonista.



«In occasione di un incontro pubblico nel quale fui chiamato in qualità di vescovo di questa diocesi, chiesi ai presenti se conoscessero Pescia, nessuno aveva un'idea precisa e allora citai Collodi e tutti ripeterono in coro Pinocchio e poi citai anche la vicina Montecatini e tutti ripeterono in coro Miss Italia e allora dovetti ammette di essere il vescovo di Pinocchio e Miss Italia». Il simpatico aneddoto, ricordato dal vescovo Filippini, ha voluto rappresentare ancora una volta una sorta di invito “a farsi conoscere”, anche per questo la diocesi ha sentito l'esigenza di organizzare un fitto programma fatto di incontri e occasioni celebrative, ma forse, alla luce della storia che ha portato questa comunità a venire alla luce, potremmo interpretarlo anche come l'invito “a farsi riconoscere” e a riconoscersi a sua volta come membri di questa comunità. Dopo 500 anni sarebbe anche ora...

Quest'anno la diocesi di Pescia compie 500 anni, si tratta di un anniversario importante, non solo da un punto di vista ecclesiastico, ma anche civile, in quanto il 1519 che è l'anno in cui Pescia fu elevata al rango di prepositura nullius dioecesis, con la bolla Sacri apostolatus di papa Leone X, fiorentino di casa Medici, si avvia inesorabilmente quel processo di “fiorentinizzazione”, che tanto inciderà sul sentimento identitario di questo popolo e i cui riflessi sono vivi e palpabili ancora oggi.
Il 15 aprile di 500 anni, infatti, Pescia fu sottratta alla giurisdizione ecclesiastica di Lucca e resa immediatamente soggetta alla Santa Sede. Questo comportò per la comunità un grosso sconvolgimento in quanto, dopo una storia plurisecolare sotto il dominio lucchese, passare sotto Firenze previde non solo un rimaneggiamento esteriore, estetico e simbolico - «si leva il Volto Santo, espressione della religiosità lucchese che finisce in sacrestia e si mette sull'altare il crocefisso fiorentino – spiega Paolo Vitali – gli statuti diventano tutti fiorentini, i pievani provengono tutti da Firenze, l'obiettivo del governo del Giglio diventa quello di creare una nuava identità per una terra che era di confine e proprio in ragione di ciò era importante coglierne subito l'appartenenza» - ma anche interiore: chi sono i pesciatini? Qual'è il loro sentimento identitario più profondo? La Valdinievole dal 1519 è politicamente fiorentina, ma il tessuto sociale e anche la matrice religiosa sono lucchesi.


«La Chiesa madre, ricordata per la prima volta come pieve battesimale in un documento dell'857, venne consacrata nel 1062 da papa Alessandro II, che, secondo la tradizione, prima di essere vescovo di Lucca, fu pievano di Pescia, è orientata ad est, guarda cioè San Martino, il duomo di Lucca». Durante il Medioevo, grazie alla sua centralità e facile raggiungibilità dalla città di Lucca, oltre che per la nascita di un fiorente mercato, il Mercato Longo, nei suoi pressi, la pieve di Pescia acquistò sempre più importanza e finì con l'imporre la sua supremazia sulle altre pievi della Valdinievole. Divenne sede di capitolo e i pievani furono i principali interlocutori in loco del vescovo di Lucca. Col passaggio sotto Firenze, anche se l'imperativo categorico fu quello di sostituire progressivamente ogni testimonianza dell'appartenenza lucchese con quelle fiorentine, non altrettanto semplice fu tradurre quest'operazione esteriore e visibile a livello interiore, più profondo. La bolla di Leone X concesse, inoltre, al preposto del capitolo della collegiata le funzioni di un quasi-vescovo, con l'uso degli abiti pontificali, il diritto di visita in tutte le parrocchie della sua giurisdizione, la facoltà di radunare sinodi e di amministrare gli ordini minori ai chierici. Le celebrazioni per i 500 anni dell'edificazione di Pescia a diocesi autonoma si concluderanno il 20 ottobre del 2020, in occasione di sant'Allucio. «Il processo alle spoglie di sant'Allucio – ha ricordato Paolo Vitali – rappresenta forse l'ultimo tentativo di riaffermazione culturale da parte di Lucca, dopo di che ci si rassegnò ad avere mutato volto, per sempre». Allucio era un allevatore di bovini che, contemporaneamente, si dedicava all'accoglienza presso la sua casa dei viandanti della vicina strada Firenze-Lucca, l'antica Cassia-Clodia, e fondò uno xenodochio con chiesa dedicata ai santi Luca ed Ercolano.
Le cronache del tempo raccontano che egli si seppe contornare di molti collaboratori, attratti dal suo carisma e dalla sua fede semplice ma salda, fondando una sorta di congregazione laicale d'assistenza, i fratres Allucii. L'attività di Allucio, sempre più incoraggiata dai pievani di Pescia e dallo stesso vescovo di Lucca, si estese ben oltre Campugliano e la stessa Valdinievole, giungendo sino in pianura padana. Secondo la leggenda devozionale, grazie alla sua autorità, fu sospesa una guerra tra le città di Faenza e Ravenna. Allucio fu uomo d'azione ma anche un grande adoratore dell'eucaristia. Spesso, soprattutto in Quaresima, egli compiva digiuni penitenziali. Sempre secondo la tradizione agiografica, la fama gli attirò numerosi pellegrini e sarebbe stato protagonista di miracoli, attribuiti all'intercessione dello spedalingo. Allucio morì il 23 ottobre 1134. Le sue spoglie furono sepolte dai confratelli all'interno della chiesa dei santi Luca ed Ercolano. Il 23 ottobre 1182, preso atto della grande devozione popolare, il vescovo di Lucca lo proclamò santo.
Nel 1344, il vescovo di Lucca Guglielmo Dulcini ordinò al frate domenicano Paolo Lapi una ricognizione delle ossa di Allucio, che furono disseppelite dalla fossa in cui erano state collocate due secoli prima e deposte in un'urna di pietra, poi sistemata sull'altare maggiore della chiesa di Campugliano.  In quell'anno, a seguito delle soppressioni operate dal granduca di Toscana Pietro Leopoldo a spese degli ordini regolari e cavallereschi, l'antico ospizio di sant'Allucio, peraltro non più utilizzato per gli scopi per cui era stato fondato, fu chiuso e la struttura venduta a privati. Il vescovo di Pescia Francesco Vincenti, perciò, si premurò di rimuovere le spoglie di Allucio dalla ex chiesa di Campugliano e portarle in Episcopio, al fine di trovare loro una collocazione più consona. Ci fu una lunga disputa tra i fedeli della neonata parrocchia di Santa Lucia di Uzzano, nel cui territorio insisteva l'ex spedale, che rivendicavano il diritto di custodire le ossa nella propria chiesa, e i canonici della cattedrale di Pescia, che volevano la sistemazione delle spoglie in duomo. Prevalsero i secondi e, infatti, le ossa, contenute in una nuova urna, furono sistemate nella cappella della Vergine del Rosario. Nel 2000, la Congregazione per le Cause dei Santi, su impulso dell'allora vescovo di Pescia Giovanni De Vivo, ha proclamato sant'Allucio patrono secondario della diocesi di Pescia.

Maria Salerno

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